sabato 21 gennaio 2017

La fine del nuovo - The end of the new



 All'inaugurazione della "Fine del Nuovo" / At the inauguration of the "End of the New"


 Audio







 
italiano 
Vedi tu è un collettivo nato nel duemilaundici e ad assetto variabile. La prima cosa che abbiamo fatto è stato scrivere, e far conoscere, il Manifesto per l'arte commerciale. Lo intendevamo come una provocazione, avendo  ripreso e capovolto tutto quello che sentivamo dire, e che noi stessi dicevamo, nel ristretto mondo degli artisti. Abbiamo quindi definito la nostra gioia di stare nel Mercato e  la nostra accettazione dei suoi linguaggi e delle sue regole, riconoscendo invece la ricerca come la scusa preferita di chi nel mercato non riesce ad entrare.

Pensavamo, sogghignando, che avremmo fatto arrabbiare qualcuno o che, al massimo, saremmo stati ignorati. Mai avremmo immaginato che, invece, il nostro manifesto sarebbe diventato per molti un motivo di liberazione, di soddisfazione, che esprimesse qualcosa che veniva pensato ma non detto. Alla fine della nostra fallita provocazione abbiamo avuto un centinaio d' adesioni, s'è creato un bel dibattito e addirittura un'importante galleria ci ha proposto di collaborare.
Da questa sorpresa è nato il nostro percorso successivo, perchè abbiamo pensato che  non avevamo capito granchè del mondo dell'arte che, pure,  frequentavamo, e forse nemmeno del mondo in generale. Abbiamo prodotto qualche lavoro, visto che, all'epoca  alla famosa galleria non avevamo niente da mandare, e scritto un po' cercando d'esplorare il mercato, i modi in cui ne siamo pervasi,  come ci cambia. Esplorazioni nel vero senso del termine, avendo trasformato i nostri testi in racconti di viaggio, fondati su scritti come il Viaggiatore incantato di Leskov o i famosi Racconti di un pellegrino. Tutte narrazioni perchè, come scrive Benjamin nel saggio sul romanzo, ci pare proprio la fiaba uno dei modi più adatti ad interpretare il mondo e magari allontanare alcune nostre paure.
Il nostro contributo al catalogo della mostra sta in questo percorso, anche se, per noi, la fine del nuovo ha un valore positivo. Non abbiamo, infatti, nostalgia del secolo scorso, non inseguiamo nuovi realismi, accogliamo di buon occhio il tramonto del padre. La fine del nuovo apre alla novità, la scomparsa dell'altro,  richiama gli altri, la fine della storia ci apre alle storie.
L'utilizzo  di segni meno pesanti, di segni meno segni, è un modo per non rimuovere ingenuamente il Mercato che ci abita con le modifiche che porta nel nostro vivere, nel nostro corpo, nel nostro desiderio, nel modo in cui abbandoniamo le grandi narrazioni per un piacere frequente eppure fragile. In questo fluire del mercato sta forse la possibilità   dell'arrivante nel senso di Derridà, ovvero  colui che viene senza essere invitato, senza che lo si aspetti, che mette in questione ogni precostrutto e che permette quella  destabilizzazione, seppur traumatica, che ci sembra l'unico modo per una cooperazione vera e possibile, offerta dal Mercato.
Viste le esigenze di sintesi, per un maggiore approfondimento della questione rimandiamo ad altri  testi, che trovate sul nostro sito.
Ma se questa è la nostra condizione quali sono, se ci sono, i nostri nuovi diritti? Riprendiamo una discussione nata in Francia qualche anno fa, quando un ministro propose d'abolire l'insegnamento della filosofia, non ritenendo avesse una specificità tale da distinguerla dalla letteratura o dalla storia. Ci si chiese, con un ampio dibattito, se esisteva un diritto alla filosofia. E noi ci chiediamo:  esiste un diritto all'arte?
Andare diritto all'arte non è questione che si può risolvere in poco tempo. Chiederci, di nuovo, che cosa sia l'Arte, sarebbe probabilmente uno sforzo inutile se non dannoso. Sarebbe già di per sé abbandonare l'approccio discreto che abbiamo detto ci sembra necessario per comprendere il contemporaneo e ricadere nella tentazione di mettere una maiuscola all'arte, ritornando ai tempi delle parole pesanti. Certo è, però, che se vogliamo parlare di un diritto in qualche modo dobbiamo identificarlo, come qualunque prodotto. I diritti, in generale, perchè abbiano qualche riconoscibilità, devono essere accolti da delle convenzioni stabilite, magari avvallate da qualche istituzione. Nella storia ci sono  numerosi episodi di questo processo. Ad esempio nel 1855 il buon Curbé venne escluso dal Salon e dunque fece costruire una struttura temporanea vicino all'esposizione ufficiale certificata dall'Accademia. Ci piazzò 44 dipinti e poi lo chiamò il padiglione del realismoTante proteste ne nacquero che alla fine Napoleone terzo istituì, nello spazio più lontano del Salon, il Salone dei rifiutati (1863). I rifiutati alla fine svelarono la natura dell'Accademia e i suoi limiti, demistificandone l'autorità.  Dunque istituzioni che si sviluppano, vengono contestate e sostituite. Convenzioni che seguono lo stesso percorso.
Cos'è una convenzione? Per capirci ecco un esempio retrò: le buone maniere. Se incontriamo un conoscente diciamo “ Piacere di vederla, come stà oggi?” E' evidente che non intendiamo chiederlo seriamente, anzi se la nostra controparte sospettasse che il nostro interesse è sincero probabilmente rimarrebbe spiacevolmente sorpresa, poiché sarebbe una domanda troppo intima. Parafrasando froid, col buon Slavoj Z, “perchè mi stai dicendo che sei lieto di vedermi, quando sei davvero lieto di vedermi?”. Allo stesso tempo, però, non stiamo in una totale ipocrisia, poichè proprio così stabiliamo un patto tra noi, come molti altri. Una convenzione appunto, che ci fa stare meglio, che regola la decisione sull'auto che compriamo, sull'artista che ospitiamo, sul film che vediamo. Anche fare tutto il contrario significa riconoscere la convenzione ma ribellarvisi. Accettare l'istituzione che la legittima e cercare di svincolarsi, nei limiti che il Mercato benevolmente ci lascia.
Ma oggi chi, effettivamente, può circoscrivere quello di cui abbiamo diritto?  Ad esempio se noi oggi siamo in una galleria, c'è un curatore, basta a riconoscere siamo circondati da opere d'arte? Oppure è più interessante sapere quali di queste opere saranno vendute, avranno un mercato? Ci sa che se lo chiedessimo ai cento sostenitori del nostro manifesto direbbero qualcosa d'interessante vista la stanchezza che hanno dimostrato per i circuiti dell'arte fuori dal mercato. Il povero Ai WeiWei ci dice che tutto è arte. E noi concordiamo con lui.  Ma come fa il Tutto ad essere un diritto? Probabilmente intende un tutto minuscolo, il tutto che passa dalle sue mani, che si sottopone al trattamento di un'artista. Dovremmo chiederci, dunque, se l'arte è il tutto mediato dall'artista, chi è un artista? Come riconoscerlo come fonte legittimante? Anche questa è una domanda poco sensata, oggi. Il buon Cattelan sostiene che un'opera è arte solo se dura nel tempo. Altrimenti è merciandaising. Allora potremmo prendere il tempo come metro? E' un po' contraddittorio con l'idea di contemporaneo. Quanto tempo? Un anno, una generazione, un secolo? Fra 50 anni, ci ricorderemo del suo vater d'oro o delle saponette che ha prodotto? Quale delle 2 è arte? Anche qui, ci sa, il sottinteso è che il caro cattelan ritiene che proprio le sue, di opere, saranno ricordate, in quanto vero artista. E torniamo così, circolarmente, al punto di partenza.
Non sono, le nostre,  domande leziose. Perchè poi, se l'arte fa parte dei nostri diritti, ci sono delle conseguenze. Per quanto spesso inesigibili, i diritti dovrebbero essere universali. E allora ci permettiamo di fare un deturnament di un piccolo pezzo di un testo, sempre di derridà, sostituendo arte a filosofia. “Chi ha diritto all'arte oggi, nella nostra società? A quale arte? A quali condizioni? In quale spazio privato o pubblico? Quali i luoghi d'insegnamento, di ricerca, di esposizione, di lettura, di discussione?”. Anche perchè, visto che l'abilità tecnica in molte forme d'arte va messa ormai in secondo piano, la democraticità della figura dell'artista è ormai pienamente realizzata.
Tanto diffusa e frammentata è la pratica artistica che forse oggi, in assenza delle grandi idee, ormai superate, più che una storia dell'arte, più che un curatore che studia la materia, sarebbe opportuno un archivio. Senza commenti particolari. Cioè, tirando le somme, se l'unico modo vero di cooperazione passa dal mercato, se tutto è arte, se tutti siamo artisti (poiché questa è la conseguenza immediata) allora sono finite le sovrastrutture. Archiviamo, giustapponiamo ciò che è detto arte. D'altra parte prendiamo in mano un qualunque libro di un grande curatore. Avremo probabilmente un elenco di immagini e di esperienze, d' intuizioni e performance l'uno seguente all'altro, non organizzazione di racconti (ad esempio: Bonami, Dal Partenone al Panetttone).
Un diritto così ambiguo può essere sostenuto? Ha senso continuare l'insegnamento dell'arte a scuola, ha senso che il pubblico finanzi le esposizioni dell'arte contemporanea?
E' un dubbio che ci riporta alla questione del nostro manifesto. Poiché senza dei confini definibili, in questo racconto che cambia protagonisti e salta da una storia all'altra, il rischio è di creare delle strane sacche che pensano di fuoriuscire dal mercato. Strani luoghi in cui il lavoro non viene pagato, perchè s'accontenta di farsi vedere. Recinti da cui non si esce, felici d'essere esposti, rinunciando alla possibilità d'entrare nel mercato, accettando però di restare afoni rispetto alla generalità delle persone.

Esiste un diritto all'arte? Se si, certamente non può essere esterno al mercato. Se no, certamente non può essere esterno al mercato.

english
straight to the art
(It 'a play on words based on the fact that straight and right are written the same way in Italian)


 
Vedi tu is a collective born in two thousand eleven  with a  variable composition. The first thing we did was write, and make known, the Manifesto for a commercial art. We thought the text like a provocation , having taken up and turned over everything we heard to say, and Which We ourselves have said, in the narrow world of the artists. We thought it like a provocation, having taken up and  overturned everything we heard to say, and Which We ourselves have said, in the narrow world of the artists. So we have defined our joy of being in the market and our acceptance of its language and  rules, recognizing the research as a favorite excuse of those in the market can not enter.
We thought, grinning, that we would have made  someone angry or that, at most, we would be ignored. We never imagined that instead, our manifesto would become for many a source of liberation, of satisfaction, that would express something that was being thought but not said. At the end of our failed provocation we had a hundred of accessions, it has created an interesting debate and even an important gallery has proposed to us to collaborate.
From this surprise was born on our following path, because we thought that we had not understood much of the art world and maybe even of the world in general. We have produced some work, because at the time of the famous gallery we did not have anything to send, and wrote a little, trying to explore the market, the ways in which we are imbued, as it changes us. Explorations in the true sense of the term, having transformed our texts in travel stories, based on the writings as the traveler spellbound Leskov or the famous Tales of a pilgrim. All narratives because, as Benjamin writes in his essay on the novel, there it looks like the tale one of the most suitable ways to interpret the world and even ward off some of our fears.
Our contribution to the exhibition catalog is in this path, even if, for us, the end of the new has a positive value. We don't have, in fact, nostalgia of the past century, we don't pursue a new realism, we welcome favorably on his father's sunset. The end of the new open to novelty, the other's death recall  the others, the end of history opens us to the stories.
The use of less heavy signs less  signs, is a way to not remove naively the market that we live with the changes that brings in our life, in our body, in our desire, in the way in which we abandon the grand narratives for a frequent but fragile pleasure. In this market flow is perhaps the possibility for the "arriving" in the sense of Derrida,  he who comes uninvited, without that it was awaited, it calls into question every yours pre construct and allows the destabilization, albeit traumatic, which we feel is the only way to a true and possibile cooperation, offered by the market.
Given the synthetic requirements, to provide better understanding of the issue refer to other texts,  that you can find on our site.
But if this is our condition what are, if there are, our new rights? We resume a discussion  born in France a few years ago, when a minister proposes to abolish the teaching of philosophy, because he didn't thinking it  had a specificity to distinguish it from the literature or from the story. Many wondered, with a Large Debate, if there was a right to philosophy. And us  wonder: there is a right to the art?
It is not a problem that you can solve quickly. Asking again what is the art,  would probably an futile effort if not harmful. That itself would leave the discreet approach  that we Said necessary to understand the contemporary, and fall back on the temptation to put an uppercase at  Art, returning to the times of heavy words. It is certain, however, that if we speak of a right we   need to identify it, like any product. The rights, in general, for having some recognition, should be welcomed by the established conventions, perhaps endorsed by some institution. In history there are many episodes of this process. For example in 1855 the good Courbet was excluded from the Salon and thus he built a temporary structure near the official exhibition certified by the Academy. There he  placed 44 paintings and then call it the Hall of realism. There were so many protests that Napoleon III instituted, in the farther space from the official salon, the salon of the rejected (1863). The rejected, at the end,  revealed the academy's nature and its limits, demystifying its  authority. Therefore institutions that develop, are contested and replaced. Conventions that  follow the same path.
What is a convention? To understand this here is a retro example: good manners. If we meet an acquaintance we say "Nice to see you, how are you today?" It 'clear that we do not intend to ask seriously, in fact, if our counterpart had the suspicion that our interest is sincere probably he  remains unpleasantly surprised, because it would be a too intimate question. Paraphrasing froid, with the good Slavoj Z, "why are you telling me that you're happy to see me, when you're really happy to see me?". At the same time, however, we are not in a total hypocrisy, because just so we establish a pact between us, like many others. A  Convention which makes us feel better, that regulates the decision on the car we buy, about the artist we host, about the movie we see. Also do the opposite is to recognize the agreement, but rebel against it. Accept the institution that legitimate and try to break free, in the Limits that benevolently the Market leave us.
But today who can limit  which we are entitled? For example:  today we are in a gallery, there is a curator.  Is enough to know that we are surrounded by works of art? Or is it more interesting to know which of these works will be sold, will have a market? We know that if you asked at any one supporter of our manifesto,  would say something interesting view of the fatigue that showed for the art circuits out of the market. The poor Ai Weiwei tells us that everything is art. And we agree with him. But how does a whole to be a right? Probably means a whole written in lower case, everything that passes from his hands, who undergoes the treatment of an artist. We should ask, then, if art is a whole mediated by the artist, who is an artist? How to recognize it as a  legitimizing source? Even this question makes little sense , today. The good Cattelan claims that a work is art only if it lasts over time. Otherwise is only merchandising . Then we could take the time as a yardstick? It 'a bit' contradictory with the idea of ​​contemporary. How much time? One year, a generation, a century? In 50 years, we will remember his golden vater or the soap that produced? Which of the two is art? Here too, we think, the implication is that the dear cattelan believes his own  works, will be remembered, because he's a true artist. And so we come back, circularly, to the starting point.
Our questions are not mawkish. Why then, if art is part of our rights, there are consequences. Although  often not exigible, a right should be universal. So we would like to make a detournament of a small piece of text, always Derrida, replacing art to philosophy. "Who is entitled to the art today, in our society? What is art? Under what conditions? In which private or public space? What are the  training establishments, those for research, for exhibition, reading, discussion? ". Also because, considering that the technical skills in many forms of art are to be put now into the background, the democratic nature of the artist is now fully realized.
So widespread and fragmented is the artistic practice that perhaps today, in the absence of  great ideas, outdated, more than a history of art, rather than a curator who studied the matter, it would be appropriated an archive. No particular comment. Summing up, if the only cooperative way's passes through the market, if everything is art, if we are all artists (since this is the immediate consequence) then the superstructures are over. File, juxtapose what is called art. On the other hand we pick up any book of a great curator. We'll probably have a list of images and experiences, of insights and performance one after each other, no organization of  stories (for example: Bonami, From the Parthenon to Panettone).
Such ambiguous law can be sustained? It makes sense to continue the teaching of art in school, it makes sense that public institutions continue to finance contemporary art exhibitions? It 'a demand that brings us to the question of our manifesto. Because of undefinable boundaries, in this tale that changes characters and jumps from one story to another, the risk is to create strange bags who think they come out of the market. Strange places where work is not paid, it is pleased to be seen. Fences from which there is no escape, happy to be exposed, renouncing the possibility of entering the market,  agreeing, however, to remain voiceless than the majority of people.

Is there a right to the art? If there is, it certainly can not be external to the market. If there isn’t, it certainly can not be external to the market.







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